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Cina, un viaggio di sola andata.

Di Pubblicato Febbraio 14, 2017

La Cina non è più così lontana. Dite addio ai viaggi alla Marco Polo e salutate le flotte di studenti occidentali che popolano le maggiori università cinesi e che vedono nel Paese del Dragone il (non troppo) futuro fulcro orientale dell’economia globale.

 

Secondo le ricerche condotte dal consorzio interuniversitario Almalaurea nel 2015 sono stati 688 i laureati in Italia che hanno svolto un’esperienza di studio in Cina riconosciuta dal proprio corso. E sempre più numerosi sono gli atenei italiani ed europei che propongono, nell’ambito della propria offerta formativa, double degrees con le più prestigiose università cinesi per permettere alle giovani menti di salire sul carro in corsa dell’economia cinese.

Tra questi c’è il Double Master Degree in Public Administration and Government, erogato dalla London School of Economics in partnership con l’università di Pechino, che prevede il primo anno di studio nella capitale cinese e il secondo a Londra e che mi vede annoverata tra le fila dei suoi studenti. Inutile dire che la mia scelta, nonostante non più eccezionale, sia spesso oggetto di curiosità da parte di molti dei miei interlocutori, che mi chiedono di raccontare loro la “mia Cina”. Quando arrivi a Pechino non te ne rendi conto, sei ancora provato dalle 11 ore di volo e stenti a realizzare che da quel momento in poi ti troverai immerso in una realtà che fortunatamente, nonostante la retorica della globalizzazione, mantiene le proprie peculiarità nel bene e nel male.

 

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E se poi penserai di non farcela, tutto il tuo turbamento verrà magicamente alleviato dal prendere coscienza che puoi fare 100 chilometri in taxi con meno di 15€. Forte della mia esperienza di studio in Cina maturata lo scorso anno tra i fumi delle fabbriche di Changchun (Jilin) al mio arrivo nella capitale a settembre ho bypassato la fase appena descritta e mi sono addentrata nella giungla del traffico sregolato con un che di spavaldo, facendo sfoggio del mio miglior cinese e compiaciuta dell’entusiasmo dell’anziano tassista esaltato dall’enormità dei miei occhi. Così ha avuto inizio la mia avventura, che alla fine del primo semestre accademico mi sento di definire quantomeno entusiasmante. Studiare in Cina ti costringe a stupirti ogni giorno, ad affrontare problemi che non avresti mai immaginato di dover definire tali e a confrontarti con un metodo di insegnamento completamente diverso da quello a cui siamo abituati in quanto europei.

 

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Il nozionismo e l’orientamento al risultato la fanno da padrone, a discapito dello sviluppo del pensiero critico, e imparare a memoria è ancora il metodo di apprendimento privilegiato. Se da un lato è un sistema sicuramente discutibile, che appiattisce lo studio e lo priva del giusto coinvolgimento da parte della componente studentesca, si rivela tuttavia utile nell’apprendimento della lingua cinese che richiede grande sistematicità e sforzo mnemonico. Nel mio attuale percorso di studio ho avuto inoltre la fortuna di incontrare docenti con una sorprendente apertura mentale, che non hanno disdegnato il dialogo quale mezzo di arricchimento da e per entrambi i lati della cattedra.

 

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Studiare in Cina significa vivere in Cina, significa prima di tutto accettare che il punto di vista occidentale non è e non deve essere globalizzante, che le tradizioni, per quanto bizzarre ai nostri occhi, sono l’espressione della cultura, che confrontarsi senza pregiudizi è stimolante e vincente. Ovviamente, siamo sinceri, gli inizi non sono semplici per nessuno, cominciando dal cibo impossibile da ordinare e digerire, passando per l’aria talvolta letteralmente irrespirabile, per finire con la testarda rigidità della burocrazia cinese, ma non c’è nulla di più gratificante del rendersi conto di aver guadagnato il rispetto e la fiducia dei propri amici cinesi.

 

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Superfluo, ma mai banale, ripetere che la conoscenza, almeno basica, della lingua, è un requisito fondamentale, se non imprescindibile, non solo per la scioltezza nel vivere quotidiano, ma anche e soprattutto per il profondo legame che intrattiene con la cultura del paese del Dragone: ogni carattere nasconde la propria storia che può essere apprezzata a pieno solo attraverso la conoscenza linguistica. Padroneggiare il mandarino sfocia anche in una maggiore facilità di rapporti con la popolazione che incontri nel quotidiano, assetata di curiosità verso un mondo, quello occidentale, che affascina e spaventa, che distrugge e ricrea, che divora e arricchisce.

Studiare in Cina è un’esperienza globale, complessa, faticosa, ma decisamente ineguagliabile e arricchente. Non indugiate oltre allora e tuffatevi nell’odore di incenso dei templi buddisti, nel caos del traffico perenne e nei fiumi di persone della capillare metropolitana, saranno esperienze memorabili, parola di una che della Cina non può più fare a meno.

 


Silvia Conticelli, 22 anni e una grande passione per la Cina. Dopo la laurea in Lingue, culture e società presso l’Università Ca’Foscari di Venezia e un primo periodo di studio nella profonda provincia cinese, sto attualmente frequentando il primo anno del double degree in “Public Administration and Government” presso la Peking University. Adoro viaggiare e scrivere delle mie avventure, ho una spiccata vena organizzativa e una continua sete di scoprire luoghi, idee e volti nuovi.

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