Sarà Margaret Zhang a guidare Vogue China dopo le dimissioni di Angelica Cheung, diventando, a 27 anni, la più giovane redattrice in assoluto di Vogue.

Popolare influencer della moda, con oltre un milione di follower su Instagram, Zhang ha poca esperienza editoriale: la sua precedente attività in Vogue è stata infatti limitata a due copertine digitali per lo spin-off di ogue China, Vogue Me.

 

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L'assunzione di Zhang è stata accolta molto bene in Cina. Molti hanno applaudito la scelta di Vogue, considerandola ambiziosa ed adatta al momento che vede l'editoria cartacea combattere per mantenere la propria rilevanza nel confronto con i canali social.

Dopo averla fondata e diretta per 15 anni Angelica Cheung ha annunciato che lascerà il posto di capo redattrice di Vogue China.

 

La notizia ha agitato le acque nel mondo della moda. Cheung infatti è uno dei nomi più influenti e potenti dell'industria della moda cinese, e molti si sono chiesti quali siano i suoi piani per il futuro. Molti operatori del settore propendono che la giornalista si dedicherà alla consulenza, ma altri ipotizzano voglia invece mettersi alla prova nel campo dei social media e sfidare KOL ed influencer.

 

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Vogue China non ha ancora indicato il sostituto di Cheung, che in ogni caso non avrà un compito facile: dal 2019 la testata è cresciuta guadagnando una tiratura di due milioni di copie e 35 milioni di visitatori digitali unici. Numeri impegnativi che il nuovo capo redattore dovrà mantenere ed aumentare.

Kenzo Takada è stato uno dei primi stilisti asiatici a raggiungere i vertici della moda globale, diventando un nome conosciuto da Parigi, a Tokyo, a Shanghai.

 

Dopo essersi trasferito a Parigi nel 1965 è diventato celebre per la popolare linea di fragranze e per gli abiti vivaci, caratterizzati dall'amore per i colori e le stampe.

 

La sua influenza non si è limitata alle passerelle, ma è stata determinante per numerosi stilisti orientali che si sono sentiti incoraggiati dal suo esempio; tuttavia accanto a loro non sono mancati quanto hanno criticato alcune sue scelte, ed ascoltando le diverse voci emerge un ritratto di Kenzo fatto di luci ed ombre.

 

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William Tang, stilista di Hong Kong

Lo stilista di Hong Kong William Tang ha conosciuto Kenzo a Parigi negli anni '80 ed è rimasto colpito dal fatto che fosse allegro e avesse un sorriso molto largo, fuori dallo stereotipo giapponese.

I suoi disegni non erano complicati come se Kenzo non cercasse di essere innovativo; e tuttavia è stato il primo ad usare elementi cinesi, stampe popolare e a portare elementi giapponesi e cinesi nella moda occidentale. Tang, che riconosce di essere stato fortemente influenzato da lui, ricorda di aver visto durante un suo viaggio in Italia alcuni bambini che indossavano i vestiti di Kenzo, e di aver pensato che quella fosse la dimostrazione che anche gli stilisti orientali potevano avere successo in Europa.

 

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Angelica Cheung, redattrice capo di Vogue China

Anche secondo la redattrice capo di Vogue China il grande merito di Kenzo è stato di essere fonte di ispirazione per generazioni di stilisti asiatici, compresi quelli emergenti dalla Cina: vederlo guadagnare il successo commerciale ed il rispetto in Europa ed altrove ha infatti consolidato l'opinione di molti giovani che il successo fosse a portata di mano, a condizione di avere talento ed essere disposti a lavorare sodo.

Secondo Cheung Kenzo è stato il primo ad abbattere le barriere culturali, creando un mondo globale in cui l'elemento più importante era il talento e l'inventiva e non più il paese di provenienza degli stilisti.

 

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Gene Krell, direttore creativo di Vogue Japan e GQ Japan

Di diversa opinione è invece il direttore creativo di Vogue Japan Gene Krell, che pur riconoscendo il talento dello stilista ed ammettendo che sia stato un pioniere, ne ridimensiona l'influenza. Krell infatti pensa che le creazioni di Kenzo fossero molto legate al loro tempo, ed abbiano avuto successo perché erano ciò di cui le passerelle parigine avevano bisogno in quel momento. Inoltre secondo lui Kenzo era rappresentativo soltanto del suo marchio, e non della società giapponese, che addirittura considerava irrispettose alcune sue scelte, come chiamare "Jungle Jap" la boutique parigina aperta dallo stilista a Parigi negli anni '70.

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