Le verdure coltivate nello spazio non hanno ancora raggiunto le tavole, ma hanno sicuramente raggiunto i campi: sono sempre di più i coltivatori cinesi che piantano nei loro terreni semi provenienti da piante cresciute nello spazio ottenendo raccolti dalle qualità sorprendenti.

 

L'impiego dei semi spaziali nelle coltivazioni è un pilastro della politica alimentare della Cina, che punta così a migliorare i raccolti dei coltivatori ed a combattere povertà, e si basa sul processo conosciuto come mutagenesi spaziale.

 

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La mutagenesi spaziale è la tecnica con cui sono indotte delle mutazioni nei semi per mezzo dell'esposizione ai raggi fotonici e ad altre condizioni fisiche come vuoto, microgravità e bassi livelli di interferenza geomagnetica.

 

Questo metodo non prevede il trasferimento di geni da un organismo all'altro, ma la generazione casuale di cambiamenti nei geni della pianta secondo un processo che imita quello naturale ma ad una velocità significativamente più alta, producendo colture che secondo FAO ed Organizzazione Mondiale della Sanità sono sicure da consumare, purché superino rigorosi test e processi di approvazione.

 

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I primi ad impiegare la mutagenesi spaziale sono stati Stati Uniti ed Unione Sovietica negli anni '60, ma è stata la Cina ad investire maggiormente in questo settore, arrivando ad avere nel 2018 più di 2,4 milioni di ettari di piantagioni per le verdure spaziali (un'area pari all'incirca allo stato di New Hampshire negli USA) ed autorizzando la semina di oltre 200 varietà di piante e frutta spaziali.

 

Questi semi hanno aiutato i contadini ad uscire dalla povertà, aumentando notevolmente la rendita dei loro campi. Tuttavia sebbene la tecnica sia efficace, ci sono ancora dei problemi per un suo sviluppo su larga scala.

 

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Inviare semi nello spazio ha un costo elevato che non è sempre ripagato dal successo, perché le mutazioni indotte non si verificano sempre e non sviluppano sempre tratti desiderabili. Per creare ad esempio una nuova varietà di grano sarebbe necessario inviare circa 135 grammi di semi, al costo di 3.000 yuan al grammo: la sperimentazione avrebbe perciò un costo di 405.000 yuan.

 

Sarà lo sviluppo di una forte industria di voli spaziali commerciali ad abbattere i costi, a conferma che i viaggi spaziali avranno un'importanza sempre maggiore per il futuro dell'umanità.

La Cina sta lavorando al quarto passo del suo programma lunare che avrà come obiettivo l'impianto di una base scientifica sul polo sud della Luna.

 

Questo progetto segna un ulteriore passo in avanti nel programma di esplorazione del satellite, di cui la missione più recente risale al dicembre 2018. In quella data gli scienziati hanno lanciato la sonda robotica Chang'e 4 dal Centro spaziale di Xichang, nella provincia del Sichuan. La missione è stata la quarta esplorazione del satellite da parte del paese, ed è consistita in un lander inamovibile ed in un rover chiamato Yutu 2.

 

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La sonda ha effettuato un atterraggio morbido il 3 gennaio 2019 ed ha quindi rilasciato Yutu 2 per ispezionare il sito di atterraggio.

 

Chang'e 4 è stata la prima spedizione al mondo sul lato più lontano della Luna, quello che non è mai rivolto alla Terra, ed ha prodotto una grande quantità di dati scientifici che sono stati messi a disposizione degli scienziati di tutto il mondo.

 

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Tra le altre cose, la missione ha rivelato la storia degli incidenti di impatto sul lato nascosto del satellite, ed ha trovato prove cruciali per supportare i modelli di formazione ed evoluzione del suolo lunare.

 

Con il lancio della prima missione indipendente verso Marte, la Cina procede nella sua corsa allo spazio.

 

Dopo il tentativo fallito del 2011, in collaborazione con la missione russa Phobos-Grunt, lo scorso 23 luglio è stato lanciato un razzo dal centro di lancio spaziale di Wenchang, nella provincia meridionale di Hainan: se la missione avrà successo, la Cina diventerà il terzo paese ad atterrare sul pianeta, dopo Stati Uniti ed Unione Sovietica.

 

La missione, soprannominata Tianwen-1, si pone un obiettivo particolarmente ambizioso: riuscire al primo tentativo ad orbitare, sbarcare e muoversi sul pianeta rosso.

 

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Secondo i piani degli scienziati, Tianwen-1 entrerà nell'orbita di Marte tra sette mesi, ed il lander ed il rover si staccheranno ed atterreranno sulla superficie due o tre mesi dopo. Il rover sarà attivo per circa 90 giorni marziani (92 terrestri) svolgendo vari compiti scientifici; nel frattempo l'orbiter rimarrà nell'atmosfera del pianeta per un intero anno marziano (687 giorni terrestri), trasmettendo segnali a lander e rover e raccogliendo ulteriori dati scientifici.
L'atterraggio sul pianeta sarà un momento delicato: considerata la distanza media tra i due pianeti le comunicazioni dalla Terra potrebbero impiegare oltre 20 minuti, e quindi il lander dovrà operare in modo autonomo.

 

 

Tianwen-1 è la missione scientifica più completa per indagare Marte. L'orbiter è attrezzato con 7 strumenti, tra cui telecamere, un misuratore di campo magnetico e un rilevatore di particelle di energia; il rover trasporta gli altri 6 strumenti, tra cui un radar per studiare il terreno ed un monitor meteorologico.

 

La raccolta dei dati permetterà agli scienziati di ricostruire la storia di Marte. Sebbene oggi il pianeta sia un deserto, l'evidenza cumulativa suggerisce che una volta avesse acqua, condizione che aumenta le possibilità che ospitasse la vita; Marte inoltre resta il pianeta più abitabile nel nostro sistema solare dopo la Terra ed un possibile candidato per una eventuale futura colonia.

 

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Per la Cina Tianwen-1 è solo il primo passo per la conquista di Marte. Gli scienziati stanno già lavorando ad un razzo capace di trasportare un peso cinque volte superiore a quello lanciato a luglio, superando così la principale difficoltà tecnica che ha finora impedito a qualsiasi paese di riportare campioni dal pianeta.

 

Un obiettivo, quest'ultimo, che la Cina si propone di realizzare entro il 2030.

Secondo le previsioni, la Cina avrebbe dovuto completare la rete di satelliti del sistema Beidou all'incirca tra un anno e mezzo; i tecnici hanno invece bruciato i tempi e lo scorso 23 giugno hanno messo in orbita con successo il 55° ed ultimo Beidou Navigation Satellite (BDS).

 

Questo lancio conclude un programma iniziato nel 2017 e garantisce alla Cina una copertura globale assicurandole l'indipendenza militare dal sistema GPS, di proprietà del governo statunitense.

 

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Molti analisti avevano evidenziato come la dipendenza della Cina dalla rete GPS avrebbe potuto essere uno svantaggio in caso di conflitto prolungato con gli Stati Uniti, perché avrebbe potuto rendere la tecnologia militare cinese vulnerabile agli attacchi americani; adesso invece, la nuova generazione di BDS garantirà che i sistemi militari cinesi, nonché la navigazione e la messaggistica, restino online e al sicuro dalle interferenze statunitensi.

 

Il completamento della rete di satelliti Beidou ha ripercussioni che vanno oltre l'indipendenza militare, perché va ad incidere sullo sviluppo dell'influenza tecnologica della Cina in tutto il mondo.

 

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La Cina ha infatti promosso il sistema Beidou nell'ambito dell'iniziativa della Nuova Via della Seta, ottenendo successo: un'analisi del Nikkei ha mostrato che l'anno scorso i satelliti cinesi sono stati raggiunti più frequentemente dei satelliti GPS in 130 dei 185 paesi, principalmente nelle aree del sud-est asiatico e dell'Africa. Il sistema di navigazione BDS è inoltre l'impostazione predefinita per gli smartphone e le auto cinesi, cosa che ovviamente ne garantisce la diffusione sul mercato globale.

 

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Il sistema presenta delle caratteristiche che hanno suscitato l'interesse della Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti. Il sistema BDS riceve ed invia informazioni: i satelliti infatti sono dotati di una funzione di messaggistica breve, da utilizzare in caso di disastro, e raccolgono informazioni sulla posizione dei dispositivi dotati di chip di navigazione BDS. Il GPS invece invia solo segnali, sebbene esistano smartphone abilitati per GPS in grado di essere monitorati per mezzo di app come ”Trova il mio iPhone”.

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